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Documento della Fp Cgil sul penitenziario in occasione della mobilitazione dei dirigenti del 6 luglio 2011



Nella inquietante indifferenza delle istituzioni, il sistema penitenziario italiano, del quale denunciamo da tempo la pesante crisi istituzionale in cui versa, sta raggiungendo inesorabilmente quella fase che avremmo voluto fosse scongiurata ovvero la sua paralisi istituzionale, un vero dramma che non trova eguali negli ultimi decenni della vita repubblicana di questo paese, una vergogna per la democrazia.
Nelle carceri italiane sono rinchiusi quasi 70 mila detenuti, a fronte di una capienza che non raggiunge i 45 mila posti. Molte strutture penitenziarie sono fatiscenti, i detenuti sono costretti a convivere in spazi angusti e sovraffollati, largamente al di sotto degli standard minimi europei (7 metri quadri a detenuto in cella singola, 4 in cella multipla), con servizi igienici e condizioni di accesso ai medesimi spesso umilianti. Alto il tasso di suicidio circa 20 volte quello del resto della popolazione. E la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha già richiamato più volte l'Italia per le condizioni dei detenuti nelle carceri
Una situazione raccapricciante che indigna le coscienze dei lavoratori penitenziari testimoni di una politica scellerata, ottusa e iniqua che la compagine governativa si ostina a perseverare senza accusare alcun turbamento di fronte alle numerose denunce che rappresentano in maniera evidente il degrado culturale e politico del sistema penitenziario e la condizione indecorosa ed illegale delle carceri .
Il tema delle politiche della Giustizia e dell'Esecuzione della pena è fortemente presente nell'opinione pubblica perché associato all'esigenza, al bisogno della sicurezza problematica molto sentita dai cittadini. Ma pochi sanno che la sicurezza passa attraverso l'inclusione sociale, attraverso il reinserimento sociale che dovrebbe essere garantito per legge dal Sistema penitenziario e pochi sanno che per fare ciò è necessario un sistema di esecuzione penale più efficiente ed efficace.
Forte è la richiesta di sanzioni sempre più severe, più carcere dunque, quasi che sia l'unica via per garantire la sicurezza sociale. Pochi sanno che la recidiva delle persone detenute è pari al 70%, mentre per i condannati in misura alternativa è del 19%. Quindi non è vero che il carcere garantisce la sicurezza. E' vero, invece, che la sicurezza è maggiormente garantita laddove vi sono interventi rieducativi e offerte di opportunità utili per il reinserimento sociale
I pesanti tagli alle risorse umane ed economiche determinati dalle ultime manovre finanziarie hanno contribuito notevolmente a destrutturare l'intero sistema già fortemente provato da devastanti e scellerate politiche mirate a sanzionare penalmente l'irregolarità (la ex Cirielli sulla recidiva, la Fini Giovanardi sulle droghe, la Bossi Fini sugli extracomunitari ) e ad alimentare le paure collettive piuttosto che approntare un progetto organico che restituisse civiltà e sicurezza al nostro paese in coerenza dell'art. 27 della Costituzione.
Interventi che hanno determinato il collasso dell'intero sistema penitenziario con ricadute devastanti sia nel sistema della detenzione ormai sull'orlo dell'esplosione a causa del sovraffollamento delle carceri dove risultano inadeguate le risorse economiche e umane finalizzate a consentire e a garantire ai detenuti sostegno psicologico e interventi trattamentali, ovvero una esecuzione penale dignitosa e umana finalizzata ai principi dell'art. 27 della costituzione, sia in quello dell'esecuzione penale esterna, anch'essa in condizione di totale povertà di risorse e di personale tale da costringerlo alla paralisi operativa vanificando non solo il mandato istituzionale ma anche il background storico culturale di riferimento che ha radici nella politica dei servizi.
E' in tale contesto che si colloca la scandalosa vicenda della dirigenza penitenziaria, 450 dirigenti penitenziari di diritto pubblico ( di istituto penitenziario e di uffici di esecuzione penale esterna) che a circa sei anni dalla Legge 154/2005 e Dlgs. n. 63/2006 sono senza contratto e ai quali gli istituti dell'ordinamento professionale vengono applicati in maniera discrezionale dalla Amministrazione.
Ed é contro questo contesto degradante, nel quale i dirigenti penitenziari e tutto il personale intervengono quotidianamente gestendo l'emergenza e il disagio di un sistema allo sfascio, che i dirigenti penitenziari hanno deciso di intervenire dicendo BASTA all'illegalità che regna nelle carceri, basta all'illegalità del sistema.

Pertanto é necessario ed urgente:
* avviare un processo di profonda riorganizzazione che porti ad una "ricostruzione" ed al potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna per poter garantire l'effettiva gestione delle misure alternative e degli istituti penitenziari per garantire l'effettiva ed umana gestione della detenzione.
* ripristinare la legalità delle condizioni di lavoro attraverso un contratto di lavoro che dia loro dignità professionale, status giuridico, diritti e garanzie;
* ottimizzare la distribuzione delle risorse professionali sul territorio, negli istituti e negli UEPE ove si concretizza l'esecuzione penale, snellendo le strutture di supporto e burocratiche ( Provveditorati regionali e Dipartimento centrale)
* avviare un serio confronto con la parte pubblica, mirato alla individuazione di strategie finalizzate alla elaborazione di un coerente e condiviso progetto organizzativo in grado di superare la gravissima emergenza attuale del sistema penitenziario, conseguente anche all'indiscriminato taglio della spesa, che ha determinato il peggioramento delle condizioni di vita sia per i detenuti che per il personale penitenziario.

Roma, 7 luglio 2011




 

 
 
 


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