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NEWS FP CGIL del 28 settembre 2013.

Carceri: organizza incendio in Opg Napoli per suicidarsi

Convince internati per distrarre agenti, sei intossicati.
Si e' ucciso, impiccandosi con delle lenzuola alla grata della sua cella, nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli. E per farlo ha creato una situazione di caos nel reparto convincendo gli altri internati ad incendiare alcune suppellettili: quattro agenti di polizia penitenziaria e due infermieri sono rimasti intossicati. E' accaduto la scorsa notte. Il detenuto, 35 anni, all'ultimo stadio dell'Hiv, pur di distogliere l'attenzione degli agenti e mettere a segno il suo gesto, ha 'organizzato' l'incendio. Un episodio, quello verificatosi, che merita, maggiore attenzione da parte del ministro della Giustizia e del mondo della politica.
E' giunto il momento che il ministro Cancellieri e gli organi politici pensino seriamente a  come risolvere le problematiche degli OPG, sia a tutela degli internati che della polizia penitenziaria'.(ANSA).
 
Cassazione; sì a telefonate tra detenuto e avvocato oltre il limite, se urgenti.
 
Il direttore di un carcere può "autorizzare i detenuti a effettuare conversazioni telefoniche con i propri difensori al di là dei limiti numerici indicati, sempre che il detenuto rappresenti, anche sommariamente, motivi di urgenza o di particolare rilevanza".
A sottolinearlo è la prima sezione penale della Cassazione, accogliendo un ricorso presentato dal ministero della Giustizia contro una decisione del magistrato di sorveglianza dell'Aquila.
Il magistrato di sorveglianza aveva accolto il ricorso di un detenuto riconoscendogli il diritto di "effettuare colloqui telefonici con il proprio difensore senza le limitazioni al numero di colloqui" previste nel regolamento penitenziario. Secondo il magistrato abruzzese, "non compete all'Amministrazione alcun potere di valutazione discrezionale della richiesta di colloqui telefonici con il difensore", che devono essere consentiti "a semplice richiesta".
Di tutt'altro parere i giudici della Suprema Corte, secondo i quali le conversazioni telefoniche tra detenuto e avvocato "impegnano inevitabilmente per il loro svolgimento scelte di gestione tecnica degli impianti, di cui l'Amministrazione penitenziaria non può non farsi carico attraverso appositi provvedimenti autorizzatori".
Dunque, si legge nella sentenza depositata oggi in Cassazione, "l'esercizio del diritto di corrispondenza telefonica con il difensore deve necessariamente trovare un contemperamento nelle esigenze di tutela della collettività esprimibile con l'esercizio di un potere di controllo da parte degli organi preposti su soggetti condannati, senza che sia prospettabile - concludono i giudici di piazza Cavour - il pericolo di nocumento alle strategie difensive del condannato, a cui è fatto carico unicamente di una concisa e sintetica indicazione delle ragioni sottese alla richiesta di colloquio, neanche oggetto di comunicazione all'autorità giudiziaria, e non anche dei dettagli delle scelte difensive da fare o valutare unicamente al difensore". Il magistrato di sorveglianza dell'Aquila, sulla base del principio di diritto enunciato dalla Cassazione, dovrà riesaminare il caso.
 
Il boss Provenzano ricorre a Strasburgo: «Carcere disumano».

PALERMO - I legali del boss Bernardo Provenzano, avvocati Rosalba Di Gregorio e Franco Marasà hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo chiedendo la condanna del governo italiano per «il trattamento carcerario inumano» subito dal capomafia e per la prosecuzione del 41 bis cui è sottoposto nonostante gravissime condizioni di salute. I legali, che motivano il ricorso tra l'altro sulla base della violazione ripetuta delle delle norme europee sul trattamento carcerario, chiedono anche «una equa riparazione, comprensiva dei danni patrimoniali e morali subiti».
Nel ricorso, lungo 37 pagine, gli avvocati, che in passato proprio per le gravi condizioni del boss hanno chiesto sia la revoca del carcere duro che la sospensione dell'esecuzione della pena, ripercorrono la lunga serie di patologie da cui il capomafia è affetto. «Una parkinsoniana rigido-acinetica di grado severo, - scrivono - numerose patologie interessanti l'apparato urinario, l'apparato tiroideo e l'apparato encefalico con sofferenze di tipo ischemico e manifestazioni tumorali, del tutto inconciliabili con la detenzione carceraria e con il regime speciale di cui all'art. 41bis».
Inoltre, citano l'esito della perizia disposta dal gip di Palermo che esclude che «il paziente possa relazionarsi con il mondo esterno e comunicare in modo congruo e proficuo con gli interlocutori» e la sua capacità di partecipare coscientemente al processo. Gli avvocati contestano la violazione dell'art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo che vieta i trattamenti inumani e degradanti. «La protrazione dell' esecuzione della pena e, per di più, in regime di cui all'art. 41 bis, in ragione dell'aggravarsi delle condizioni di salute del detenuto, contrasta - dicono - con il basilare senso dell'umanità, risulta lesiva del fondamentale diritto alla salute e impedisce il normale regime trattamentale, provocando una smaccata violazione dei diritti umani garantiti dalla Convenzione così come interpretata dalla giurisprudenza di codesta Corte». «Il mantenimento nei confronti del sig. Provenzano del regime sospensivo delle normali regole di trattamento penitenziario - aggiungono - nonostante l'aggravarsi delle sue condizioni di salute, superano quella soglia minima di gravità, individuata dalla giurisprudenza della Corte, necessaria per costituire un trattamento inumano ai sensi dell'art. 3 della Convenzione». «Inumanità - proseguono - della situazione alla quale si aggiunge, a sua volta, l'indifferente silenzio dello Stato che, al contrario, avrebbe dovuto prestare particolare e maggiore attenzione alla situazione detentiva e alle condizioni di salute estremamente gravi di Provenzano, concedendogli la revoca del regime di carcere duro, una volta aggravatesi le sue condizioni». «Non si comprende davvero, a riguardo, - concludono - quale pericolosità possa temersi in un soggetto, sebbene con un vissuto criminale intenso, ma ormai ridotto in fin di vita, non più in grado di riconoscere neppure i suoi familiari».
Fonte: Il messaggero.it
 



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