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Sanità: al Parlamento Europeo torna il rischio Bolkestein


La Direttiva sui servizi nel mercato interno (ex Bolkestein)esclude dal campo di applicazione i servizi sanitari, sia quelli gestiti dal pubblico sia quelli gestiti dal privato, perché, a seguito della grande mobilitazione e della pressione esercitata sui parlamentari europei, il Parlamento europeo considerò che l'interesse generale doveva prevalere rispetto al principio della concorrenza.
Nelle stesse settimane, tuttavia, la Corte di Giustizia si pronunciava sul cosiddetto "caso Watts", il ricorso di una cittadina britannica che richiedeva il rimborso da parte del servizio sanitario britannico delle spese sostenute per un intervento di protesi all'anca cui si era sottoposta in un altro paese della UE in quanto il tempo di attesa nel Regno Unito superava la sua possibilità di attesa.

Di conseguenza la Commissione, nel redigere il testo definitivo della direttiva, anticipava uno specifico provvedimento sulla sanità che avrebbe preso in esame gli aspetti legati alla mobilità sanitaria transfrontaliera dei pazienti e degli operatori sanitari e il problema dei rimborsi da parte degli Stati di provenienza.

Una specifica Comunicazione venne lanciata nel dicembre 2006 e su questa si è avviò la consultazione di rito (la FP ha collaborato con la CGIL, da un lato, e con la FSESP, dall'altro, per la risposta al questionario della Commissione).
Il 10 maggio la Commissione per il mercato interno del Parlamento europeo ha votato la relazione di Bernadette Vergnaud (PSE) che, in estrema sintesi, chiede alla Commissione una nuova proposta per reintrodurre i servizi sanitari nella direttiva servizi a motivo del fatto che la concorrenza migliora la qualità dei servizi.

Il voto in plenaria al Parlamento europeo previsto il 24 maggio.

Oltre al giudizio politico generale che riguarda l'insistenza ideologica con cui la Commissione persegue l'obiettivo di liberalizzare servizi fondamentali come quelli sanitari, anche una misura parziale sulla mobilità sanitaria e i rimborso delle prestazioni fruite all'estero contiene non poche insidie:
1)data l'impossibilità di definire standard qualitativi e quantitativi di assistenza europei ( è materia di competenza degli Stati membri) la tutela del "consumatore" può spingere a definire tempi di attesa oltre i quali ciascuno può farsi curare dove ritiene più opportuno (ben oltre quanto è già previsto dalle normative comunitarie e dagli accordi bilaterali tra gli Stati). Ciò determinerebbe una disparità di accesso ai servizi tra coloro che hanno più possibilità di informazione e mezzi per potere anticipare i costi. Di fatto verrebbe meno il principio di universalità.

2) L'obbligo al rimborso può produrre due effetti: il primo, in caso di un numero elevato di prestazioni fruite all'estero, quello di fare aumentare in maniere non controllata e programmata dagli SM la spesa sanitaria. Il secondo, e conseguente al primo, quello di spingere verso il sistema assicurativo privato e, nuovamente, privilegiare i più ricchi.

3) In un sistema di questo genere anche gli investimenti per la ricerca, per il miglioramento delle cure e prestazioni verrebbero indirizzati non già a fare crescere la qualità dei servizi sanitari nazionali, ma i poli di eccellenza internazionali e gli stessi Stati sarebbero spinti a sostituire con voucher per prestazioni, o per le polizze assicurative, le quote di finanziamento che oggi servono a garantire l'universalità del servizio.

Anche la previsione di liberalizzare la mobilità transfrontaliera dei professionisti sanitari può costituire fonte di problemi con ricadute contrattuali, senza, tuttavia, risolvere quelli presenti, come la condizione del personale straniero impegnato nelle aziende sanitarie, meriterebbero un intervento volto a regolamentarne le condizioni di assunzione e di lavoro per impedire gli abusi a cui questi lavoratori sono spesso sottoposti.


Il testo della relazione che sarà presentata alla plenaria del PE il 24 maggio
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