1. Contenuto della pagina
  2. Menu principale di navigazione
  3. Menu di sezione
Contenuto della pagina

News

Comunicato su Biblioteche e utilizzo del Codice Etico

    Il caso delle Biblioteche sparite        

Non è un giallo, ma molto più semplicemente un prodotto della nouvelle vague franceschiniana  e il colpevole è certo, come pure il movente.
Il colpevole è il DM Musei, con quella sua strana previsione di assegnazione a Poli Museali e Musei autonomi di alcune prestigiose Biblioteche (la BIASA, la Braidense, la Estense e, da ultimo, la Palatina). Assegnazione a metà, il decreto si affrettava a precisare. Per salvaguardare l'autonomia tecnico-scientifica della Biblioteche assegnate il decreto prevedeva una sorta di testa bicefala, da un lato la DG Biblioteche, competente, ça va sans dire, sul patrimonio bibliografico, e dall'altro la DG Musei, titolare di competenze sulla valorizzazione dell'intero sito monumentale nel cui ambito operano le Biblioteche oggetto delle attenzioni improprie della riforma. Insomma uno di quei matrimoni impossibili da realizzare nel mondo della burocrazia statale, nel quale uno dei due soggetti è destinato  a soccombere. Cosa regolarmente avvenuta e la vittima predestinata, manco a dirlo, è la povera DG Biblioteche, costretta ad una precipitosa e poco onorevole ritirata a seguito di una sfilza di pareri dell'Ufficio Legislativo, seguiti a ruota da indicazioni operativa da parte di Segretariato Generale e Direzioni Generali, che di fatto hanno sancito una completa annessione delle Biblioteche interessate al sistema museale. E lo hanno fatto intervenendo esattamente rispetto alle competenze tecnico/scientifiche che dovevano garantire l'autonomia delle Biblioteche sui processi di tutela e conservazione del patrimonio bibliografico posseduto. Il funzionario direttore è stato privato di ogni potere di spesa e al dirigente spettano le autorizzazioni in materia di acquisizioni, prestito ed esportazioni delle opere bibliografiche. Il dirigente può intervenire persino sulla ricollocazione del patrimonio e sul sistema di catalogazione e digitalizzazione utilizzato. In sostanza si riduce la Biblioteca ad una articolazione organizzativa del Museo a cui è stata aggregata e i poteri di tutela sul patrimonio vengono di fatto sottratti ai funzionari bibliotecari. Altrimenti qualcuno ci spieghi che cosa è l'autonomia tecnico-scientifica e, visto che ci troviamo, ci spieghi meglio questa curiosa applicazione della polivalenza funzionale che vede dirigenti storici dell'arte formulare pareri vincolanti sul patrimonio bibliografico. Tutto in nome della valorizzazione tramite non meglio evidenziati progetti culturali che come primo effetto stanno producendo la sparizione dalla toponomastica ministeriale di Biblioteche storiche che pure avevano resistito a ben altri sommovimenti nel passato.
Così è successo per la Biblioteca Estense Universitaria di Modena, più prosaicamente inserita nelle Gallerie Estensi e per la BIASA, sparita nel Polo Museale Laziale, senza alcuna considerazione nemmeno per il brand, che di solito è il primo elemento da valorizzare. È così succederà anche alle altre, man mano che il processo di fagocitazione organizzativa andrà avanti. E che in alcuni casi comporterà anche audaci  riassetti logistici, magari per far spazio a ristoranti, ormai immaginati un po' dappertutto come il segnale del nuovo corso.

Sempre sul sistema delle Biblioteche sembra incombere la creazione dei cosiddetti poli amministrativi bibliotecari, che dovrebbero ricondurre a unicum il governo di alcune Biblioteche su base territoriale. Anche in questo caso siamo molto curiosi si capire come concretamente si attuerà questo processo, ovvero se pure per questo processo registreremo, cosa facilmente prevedibile, mere annessioni con annullamento della specificità culturale su cui storicamente si basa il nostro sistema delle Biblioteche Statali. Un panorama desolante, quello delle Biblioteche statali, che rischiano di essere sempre più marginalizzate e che hanno pagato costi pesantissimi alle riforme, perdendo nel corso degli anni la gran parte dei dirigenti e dei finanziamenti e, con essi, la necessaria autorevolezza a proseguire in un progetto culturale che ne doveva fare punti di riferimento sulla tutela, sulla ricerca e sulle innovazioni organizzative. Nemmeno le clamorose dimissioni dei membri del Comitato Tecnico-Scientifico sono servite a smuovere le coscienze e a suscitare un dibattito ampio sulle prospettive di questo fondamentale settore. Una vicenda che si consuma nel paradosso della valorizzazione in salsa italiana, ovvero lasciando credere che il futuro di questo settore passi per una improbabile messa a reddito del patrimonio e non per un processo lungo e faticoso di rimodulazione organizzativa e dell'offerta culturale e di progetti che migliorino la fruizione e l'innovazione dei servizi connessi.        

Schmidt
  e il Codice Etico  

Il Direttore degli Uffizi ha emanato una disposizione nei giorni scorsi che richiama le famigerate previsioni del Codice Etico in materia di rapporti con i media. Una disposizione inutile, in quanto già evidenziata nel Codice Etico, e peraltro improvvida in quanto getta sale sulle ferite aperte da disposizioni giudicate, non solo da noi, palesemente illiberali e senza alcun riscontro giuridico rispetto alla normativa generale vigente. Resta da chiedersi come mai il Direttore del più prestigioso museo italiano senta la necessità di richiamarsi così tautologicamente alle controverse disposizioni. Dalle vie brevi risulta esclusa esplicitamente e definita casuale la sequenza temporale che vede queste disposizioni emanate subito dopo un articolo di Tomaso Montanari sul curioso utilizzo del Cortile degli Ammannati per una festa di "addio al celibato", una vicenda, quella si, squalificante rispetto alle modalità di utilizzo del nostro patrimonio culturale che lo vedono mortificato e mercificato con eventi la cui natura è lontanissima da qualsivoglia progetto culturale. Ma a noi interessa poco sapere il perché di questa decisione, in questa sede rivolgiamo un accorato appello al Direttore Schmidt perché la ritiri, perché non si nasconda dietro una norma antidemocratica. Il diritto di critica deve essere garantito e non può assoggettarsi a ridicole regole burocratiche: è un principio fondamentale della nostra democrazia occidentale. Per questo la palla torna direttamente al Ministro, perché questa vicenda del Codice etico investe direttamente le responsabilità della Direzione politica del Ministero: siamo ancora in attesa di risposta sulla squalificante vicenda del Polo Museale del Piemonte e con ogni probabilità la risposta ce la fornirà il giudice. Ma il Ministero si è arroccato dietro una indispettita attesa dell'esito di un contenzioso promosso dai colleghi della UILBAC, e continua a ignorare la necessità di ridare al Codice quello che è il suo ruolo, ovvero uno strumento di contrasto efficace e reale ai fenomeni corruttivi e  di mala gestione, non certo uno strumento antidemocratico di controllo dell'eventuale dissenso verso le scelte gestionali.  

Assmann e il diritto di critica  

Sempre in relazione al diritto di critica i lavoratori del Museo di Palazzo Ducale di Mantova  hanno inviato una lettera alla Gazzetta di Mantova in risposta ad un intervento, pubblicato sullo stesso giornale,  palesemente denigratorio, scritto in difesa del Direttore Assmann da un suo collaboratore, nel quale si evidenziava che le critiche al progetto di gestione del Direttore erano essenzialmente dovute all'inguaribile fannullonismo dei dipendenti. La lettera dei lavoratori è un esempio di civiltà democratica nel rivendicare la dignità e la passione per il lavoro svolto evidenziando, allo stesso tempo, il reale oggetto delle critiche avanzate allo stile gestionale della Direzione del Museo, improntato su un utilizzo molto disinvolto del Museo come mero spazio espositivo e senza alcuna relazione con quello che il sito rappresenta sul piano storico-culturale. La lettera ve la giriamo in visione, ad esempio di come la coscienza democratica dei lavoratori serva ad alimentare il dibattito democratico e il diritto alla critica ne sia l'elemento corroborante. 

Claudio Meloni
FP CGIL Nazionale      
                   
allegato 1

Di seguito la lettera dei lavoratori di Palazzo Ducale

   
     Al Direttore della  

    "Gazzetta di Mantova"  
    Paolo Boldrini     

     Gentile Direttore, 
    in risposta agli articoli pubblicati sul suo giornale - con particolare riferimento alla questione dell'interrogazione parlamentare e alla supposta "aria nuova al Ducale" - e per maggiore chiarezza dei suoi lettori, desideriamo esporre il nostro punto di vista su alcune delle questioni sollevate.    Innanzitutto la lettera che abbiamo scritto e di cui sono stati pubblicati a nostra insaputa alcuni estratti, era indirizzata al direttore del Museo Peter Assmann e non alla stampa. Ciò per motivi di opportunità, nonché nel rispetto del nostro codice disciplinare (che, in barba alla libertà di espressione ci vieta di comunicare con gli organi di stampa). Senza dubbio i problemi e le criticità da noi sollevati sono di pubblico interesse, avendo per oggetto un Museo Statale, ovvero un bene comune che appartiene a tutti noi, in quanto cittadini prima che dipendenti. E infatti, da una lettura integrale del testo si evincerebbe che non è il nostro interesse ad essere al centro dell'attenzione.     
     Le chiediamo quindi di poter correggere alcune affermazioni attribuibili in alcuni casi addirittura a persone che hanno collaborato con il direttore, la cui "manifesta parzialità" non decade certo con la fine della collaborazione (tanto più se gli eventi divengono oggetto di un'interrogazione parlamentare al ministro Franceschini).    In secondo luogo "guardare" sale che custodiscono tesori quali Pisanello Mantegna Raffaello e Rubens non è guardare qualcosa di irrilevante, ma una seria responsabilità, e tutelare l'incolumità di questi beni preziosi è e rimane il nostro primo compito. Nonostante il furbesco tentativo di ridurre la questione all'ennesima lamentela dei dipendenti fannulloni, ci auguriamo che non sfugga il vero tema che abbiamo voluto sollevare: l'uso che viene fatto di un monumento che appartiene alla collettività e che, come tale, ci sentiamo di dover tutelare e preservare.    Affermare poi che il malcontento "ovviamente si giustifica con l'aver aumentato i flussi turistici" è quantomeno scorretto: primo perché il calo dei visitatori era principalmente dovuto al terremoto, e non ci ha certo fatto contenti; secondo perché i flussi turistici sono aumentati, ma in linea con gli anni precedenti il terremoto, soprattutto in considerazione della riapertura della Camera Picta nell'aprile 2015 e della eccezionalità di Mantova capitale italiana della cultura. 
    Non ci siamo permessi di dare giudizi sul valore scientifico della "linea impostata" da Assmann. Ci siamo permessi però di sollevare perplessità sullo spazio dato ai privati, a discapito del bene pubblico (il nostro stipendio continuano a pagarlo i cittadini, o meglio i contribuenti). Ammettiamo che ci riempirebbe di orgoglio vedere il nostro Museo citato insieme a Louvre Prado o National Gallery londinese, ma non ci risulta che la stampa nazionale né tantomeno internazionale abbia dato tale risalto alle iniziative che portano la contemporaneità "dentro il Museo di arte antica" (sic).    Questo Museo non è un contenitore vuoto da riempire, ma è già pieno della sua storia e usarlo come "location" per qualsiasi cosa, pur di togliere la polvere in nome di una supposta modernità, rischia di ridurlo a mero fondale - per quanto prestigioso - e di farci dimenticare che chi viene per visitarlo cerca la magnificenza gonzaghesca, non l'arte contemporanea.    "Costringere il personale ad aumentare l'orario di lavoro" non è possibile (fortunatamente e finché dura la resistenza agli attacchi ai diritti dei lavoratori). Il fatto che tutte le attività si svolgano senza aggravio dei turni di lavoro non è una concessione di Assmann: l'orario di lavoro è ancora materia di competenza del ministero e ad oggi, non è stata delegata ai singoli direttori. Tuttavia le iniziative del direttore sono state possibili grazie alle ore di straordinario del personale. Retribuite, e ci mancherebbe altro. Ricordiamo che il personale del Museo, una settantina di persone su tre turni di lavoro, garantisce l'apertura del Palazzo undici ore al giorno, sei giorni su sette, tutto l'anno (ricordiamo che il Museo apre dalle 8.15 alle 19.15, con frequenti aperture straordinarie).    Non sono state aperte sale chiuse da decenni, ma è vero piuttosto il contrario: l'arte contemporanea ha portato alla frequente chiusura dell'appartamento di Isabella d'Este, dell'appartamento dell'imperatrice, per non dire della mancata apertura, già prevista prima dell'arrivo del direttore, dell'intera Corte Nuova, ad esclusione dell'appartamento dell'Estivale, già oggetto di restauro durante la soprintendenza della dottoressa Paolozzi Strozzi e destinato ad ospitare i marmi di Vespasiano Gonzaga, e aperto invece temporaneamente per lo show room di Agape. Sottolineiamo inoltre che la chiusura di tali ambienti, parte del percorso di visita del Museo, è funzionale all'uso del personale di custodia per la Galleria, spazio aperto a tutti gratuitamente e che ospita opere private.      Annotiamo in calce un estratto dal discorso pronunciato il 5 maggio del 2003 dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ci conforta e ci gratifica.     
     Lettera firmata  
  [...]    
     "L'identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo. Forse l'articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana è proprio quell'articolo 9 che, infatti, trova poche analogie nelle costituzioni di tutto il mondo: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". La Costituzione ha espresso come principio giuridico quello che è scolpito nella coscienza di ogni italiano. La stessa connessione tra i due commi dell'articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, deve essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini, deve rendere questo patrimonio fruibile da tutti. Se ci riflettiamo più a fondo, la presenza dell'articolo 9 tra i "principi fondamentali" della nostra comunità offre una indicazione importante sulla "missione" della nostra Patria, su un modo di pensare e di vivere al quale vogliamo, dobbiamo essere fedeli. La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l'obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione. Lo ha detto chiaramente la Corte Costituzionale in una sentenza del 1986, quando ha indicato la "primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici" e anzi indica che la stessa economia si deve ispirare alla cultura, come sigillo della sua italianità. La promozione della conoscenza, la tutela del patrimonio artistico non sono dunque una attività "fra altre" per la Repubblica, ma una delle sue missioni più proprie, pubblica e inalienabile per dettato costituzionale e per volontà di una identità millenaria".      



  1. Stampa
 

Noi Effepi

 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 
 

 

  1. Ora serve uno scatto per il rinnovo del contratto di dirigenti e professionisti delle Funzioni Centrali. Facciamo… https://t.co/mVUy25tnQ... 3 ore fa 29/07/2019 15:39 1155835240528695296
  2. RT @FpCgilVVF: Traditi, per i Vigili del Fuoco dal governo solo bluff! La nostra denuncia in un articolo di @repubblica ➡️ https://t.co... ieri 28/07/2019 12:45 1155429183239217157
Join the conversation
 


Lavoro Pubblico